RHEA CARMI: La conoscenza che la geometria cerca quella dell'Eterno. (Platone) di Cynthia Penna

ART1307
Cynthia Penna
RHEA CARMI: La conoscenza che la geometria cerca quella dell'Eterno. (Platone)

 

Geometria come conoscenza, come metodo di ricerca interiore e nel contempo universale.
Tutti i grandi pensatori si sono cimentati sull’aspetto concettuale della  geometria spesso investendola di una funzione filosofica di ricerca del sé: alcuni negandola, altri, come Platone, ritenendola la base della conoscenza universale.
Rhea Carmi adopera la geometria assoggettandola alle leggi dell’arte visuale: usa la geometria come  mezzo visivo per esprimere e soprattutto comunicare il proprio sentire interiore, le proprie emozioni.
La geometria imprime di sé l’esistenza dell’uomo piú di quanto si possa immaginare e fin dalle origini della vita. L’universo stesso e la Natura sono fatti in gran parte di rapporti geometrici che noi trascuriamo o non siamo abituati a cogliere perché non vi ci soffermiamo: diamo sempre tutto troppo per scontato.
Rhea Carmi ha colto questo sottile e recondito aspetto del mezzo geometrico quale fonte di conoscenza anche personale ed interiore e lo ha fatto proprio riversandolo su tele cariche di una intensitá emotiva che non risulta evidente ad un primo, superficiale impatto, ma che si disvela progressivamente ad un esame più attento e profondo.  
Di origine israeliana, ma residente in America da piú di 20 anni, la Carmi non da niente per scontato, nulla viene trascurato perché nulla viene ottenuto nella vita senza ricerca, senza lotta e senza fatica.
E’ la lezione imparata da suo marito, un sopravvissuto alla triste stagione dell’Olocausto e la lezione appresa e tramandata dal suo popolo d’Israele: quella di non arrendersi mai alle impervietá e alle difficoltá dell’esistenza. Ma per ottenere questo, la vita richiede ordine, disciplina, raziocinio e sentimento. L’elemento geometrico della sua espressione artistica rimanda perciò all’ordine delle cose, all’organizzazione della Natura e dell’Universo che senza regole ferree, matematiche, geometriche non avrebbe generato neanche la vita dal caos primordiale.
Carmi costruisce le sue opere con impronta di architetto: lo spazio viene ”costruito”, anzi “architettato” con sapienza; una sorta di progetto spaziale, una architettura della tela che segue un ordine tutto interno e interiore all’artista, un suo proprio metodo espressivo attraverso linee verticali e orizzontali che nella loro piú completa estrinsecazione si  congiungono risolvendosi nella forma triangolare che per la Carmi é la figura perfetta, o meglio, il simbolo di una perfezione non solo materiale, ma spirituale e, in alcune accezioni, religiosa.
L’aspetto scientifico della sua personalitá, derivante dagli studi di fisiologia fatti in gioventú, la porta a suddividere il campo pittorico in maniera regolare e regolata. Istintivamente la Carmi cerca una disciplina, una procedura, un metodo scientifico di approccio alla ricerca. Una sorta di ordine, di organizzazione del pensiero e dell’energia che l’artista rende attraverso un geometrismo che, pur non contenendo esatti rapporti matematici, costituisce un modo di approcciarsi al campo pittorico che non lascia nulla alla casualitá.
La sua opera non deriva da substante disegno geometrico e non si conclude nemmeno soltanto in esso: l’opera della Carmi parte, arriva e gioca tutta la sua esistenza nella instintualitá del carattere dell’artista.
E’ l’istinto che conduce il gesto verso un ordine geometrico ed é la ragione e il pensiero che conducono la mente e la mano poi ad interrompere il verticalismo delle linee attraverso l’introduzione di un simbolo  X adoperato per scomporre, per”scompigliare” il rigore scientifico, per lasciar posto alla libertá del sentimento.
Il segno grafico X che si intravede nelle sue opere costituisce il momento di libertá della ragione e del pensiero che serve all’artista per interrompere e quasi cancellare la ossessionante ripetizione delle linee verticali.
Carmi non vuole indulgere ad un geometrismo puro e fine a se stesso perché la sua energia vitale la conduce a virare verso un universo piú ricco e piú esteso fatto di sentimenti ed emozioni.
La sua opera é perció tutta centrata su rapporti di forze e sul bilanciamento di queste forze apparentemente contrastanti: rigore scientifico e pura energia vitale convivono nella sua personalitá come nella sua opera, alternandosi incessantemente, piuttosto che annullandosi vicendevolmente.
Da qui nasce un’opera che é sostanzialmente “viva”: una sorta di inno alla vita, un atto di pura energia espressa dal colore e nel contempo un segno grafico incessante che organizza lo spazio e lo estranea dal caos.
Le sue “architetture interiori” sono predisposte per cedere il posto al colore e soprattutto alla luce che é l’elemento di maggiore espressivitá delle sue emozioni.
La luce nel suo piú alto accento simbolico di catarsi é la tematica fondamentale dell’opera della Carmi: catarsi non quale purificazione del sé, ma quale spiraglio ed emersione dal buio, dal male, dalle avversitá e dalla negativitá che un’esistenza puó incontrare nel suo camino.
Sempre, nella vita e nel pensiero di Rhea Carmi c’é la speranza e la forza della passione, un messaggio di forza e di positivitá della vita, un credo fortissimo nelle potenzialitá umane e nel riscatto. Il senso del riscatto attraverso la lotta e attraverso l’amore: tematica peculiarmente ebraica che troppo spesso viene fraintesa e mistificata da una conoscenza superficiale di questa cultura.
L’intero ciclo della vita con i suoi alti e bassi rappresentato attraverso i colori: i colori si inseguono e si succedono con un ritmo incessante in un’alternanza continua perché tale é la vita: un’alternanza di bene e di male, di positivitá e negativitá.
La vita é fatta di steccati, di prove, é una corsa ad ostacoli. Il ritmo di Rhea é incessante perché la vita non lascia scampo: la vita é un’incessante alternanza di eventi, di passioni, di emozioni, di sentimenti.
E’anche una sorta di griglia attraverso cui districarsi, ma mai senza speranza di riuscita. Non é una griglia che “impedisce”, non é una griglia che attanaglia e soffoca, ma solo un groviglio di avvenimenti attraverso cui districarsi.  
Nell’opera della Carmi i colori rimangono staccati e ben delineati: non si sovrappongono e non cedono allo sfumato e non contengono accenti di lirismo; questo a rimarcare l’alternanza degli eventi della vita e la durezza dell’esistenza che, nel suo pensiero, non cede a sentimentalismi gratuiti né viene edulcorata da facili concessioni.
La vita contiene in sé il buio e nel contempo la luce: avversitá e trionfi.
Da qui l’uso di colori in gran parte primari e sempre tutti potenti: il NERO, espressione del buio, delle avversitá, del male. Il ROSSO, espressione di lotta, di passione e sentimento. Il BIANCO, espressione e simbolo di pace interiore che sopraggiunge quando si persegue una giusta causa e si lotta per essa. Il GIALLO, espressione di riemersione dalle tenebre, la luce della vittoria sul male, la luce del riscatto, la speranza nel futuro.

 

Rhea Carmi una “pasionaria”? Senz’altro se per passione si intende la lotta per il riscatto dal Male e per il trionfo del Bene e, in sintesi, la lotta per traghettarci dal buio verso la luce. 



Torna ai testi critici

 

Pubblicato su: Catalogo della mostra: 'Luce dal buio'