Bellezza e metropoli tra utopia ed eresia di Cynthia Penna

ART1307
Cynthia Penna
Bellezza e metropoli tra utopia ed eresia

 

 
La riflessione che il tema della mostra mi ispira è quella di considerare la funzione sociale e culturale che una moderna metropoli dovrebbe svolgere sia in termini di produzione che di fruizione dell’arte in generale .
Si parla molto oggigiorno di “qualità della vita” nelle città, si estrapolano dati statistici, si stilano perfino graduatorie di vivibilità delle città . Uno dei “servizi” che una città dovrebbe offrire ai propri abitanti è senz’altro quello della fruibilità del prodotto artistico come volano culturale.
Una città dovrebbe essere senz’altro e prima di tutto un luogo deputato all’arte; un luogo dove l’arte presidia alla cultura nonché un luogo di scambio di valori culturali.
 Dalla mia frequentazione di città italiane ed estere, ho tratto la conclusione che il mondo dell’arte sta soffrendo nell’ultimo decennio di una sorta di appiattimento su prodotti artistici cd “sicuri”, vale a dire di sicuro successo mediatico. L’arte viene ormai considerata come un prodotto di marketing e come tale viene trattata, presentata, prodotta: con un occhio ben vigile al rientro economico che l’evento artistico può favorire. Si sta ragionando troppo in termini di “audience” e di immagine più che in termini di rinnovamento culturale e di propagazione di cultura.
Con ciò non voglio certo intendere che mostre dei grandi classici e dei grandi maestri antichi e contemporanei non se ne debbano più fare: ma Il mondo dell’arte sta correndo il grosso rischio di “ingessarsi” in situazioni gestite da una sorta di oligarchia intellettuale ed economica formata da grandi finanziatori internazionali, grandi musei, noti curatori, grandi collezionisti, grandi galleristi, noti critici d’arte, in modo da pilotare e far convergere e convogliare le scelte del grosso pubblico su determinati personaggi il cui valore artistico, senz’altro presente di per sé, è anche però il risultato di una operazione economica creata a tavolino.
In pratica si crea un circolo “virtuoso” e/o “vizioso” per cui anche gli sponsor e le testate giornalistiche e i media in generale, convergono e si lanciano sulla mostra che espone i soliti nomi noti per non rischiare una minore visibilità sul nome meno conosciuto.
Tutto questo non ha nulla a che fare col termine “bellezza” né col termine”arte”. La città non è più un luogo dove si produce arte, dove si fa ricerca e dove si fruisce liberamente di questa ricerca, ma un luogo dove altre leggi, economiche e politiche, interferiscono perfino con la produzione artistica.
Molti artisti con cui quotidianamente mi confronto si lamentano di un tale stato di cose in quanto devono occuparsi ormai più di marketing e di immagine che di ricerca artistica pura.
Occorre, a mio parere, fuoriuscire da un concetto dell’arte troppo mercantilizzata e perciò stesso “ingessata”; occorre riappropriarsi della città come luogo di coinvolgimento culturale, luogo privilegiato di fruizione dell’arte, luogo di didattica culturale attraverso spazi pubblici e privati che possano liberamente interagire tra loro come ad esempio fondazioni private e spazi museali oppure l’università e le associazioni culturali. Allo stato questo tipo di scambio mi risulta totalmente assente: ognuno va da sé e per sé; non esiste alla base una logica seria di propagazione della cultura a tutte le fasce sociali, non esiste un coinvolgimento dell’intera cittadinanza verso forme di cultura a tutto campo. Basti banalmente pensare a quanto si investe in termini di pubblicità sui prodotti artistici e a quanto se ne investe sui prodotti di largo consumo.
Oggi come oggi si intravedono luoghi nuovi di produzione di arte nelle fondazioni private e nelle associazioni culturali: Il vero movimento artistico si sta sviluppando molto spesso in luoghi nuovi dove si espone senza timori reverenziali e senza assoggettamento a ferree leggi di mercato.
Anche le Sovrintendenze ai Beni Culturali si abbandonano a scelte di sicuro successo che non comportano rischi di immagine, fatte salve le dovute eccezioni che sento il dovere di citare come quella della EX Sovrintendenza ai Beni Architettonici della Campania di Palazzo Reale, che negli anni passati ha presentato mostre di tutto rispetto, facendo con ciò operazione di didattica e puntando su nomi sconosciuti al vasto pubblico locale, ma di sicuro valore artistico come Paolo Soleri, Angiola Churchill, Ariel Soulè, Felix Policastro, solo per citarne alcuni, ma rimanendo sempre in un circuito di secondo piano rispetto al Polo Museale Campano e al trend gestito dai grandi musei campani.
 In Italia, diversamente che in America, manca quasi del tutto il ruolo dell’Università all’interno di questo discorso: l’Università in Italia non è un luogo deputato all’arte per antonomasia, vi sono esempi sporadici e illuminati, ma rari di grandi mostre organizzate all’interno dell’Università, ma questa non si pone mai come luogo di didattica e di creazione del prodotto artistico, vale a dire come fucina dell’arte. 
Momento topico di tutta la situazione è senz’altro quello relativo alle sovvenzioni economiche e al sistema fiscale previsto dalla legislazione italiana. A differenza di Francia e Stati Uniti, il nostro Paese è caratterizzato da un grande disinteresse, o meglio, da una assenza di forme di supporto al mondo dell’arte da parte della legislazione, soprattutto fiscale:
in Italia non sono previste agevolazioni fiscali di sorta per chi commercia in opere d’arte, né per chi acquista, produce, espone e comunque opera nel mondo dell’arte. Si sconta un’IVA al 20% mentre in altri paesi come la Germania la tassa per il commercio di opere d’arte è del 4%; negli Stati Uniti l’acquisto di opere d’arte può essere detratto dalla tassazione nella denuncia dei redditi e comunque si gode di agevolazioni fiscali di varia natura per chiunque intraprenda una attività in questo settore.
In Francia e negli Stati Uniti le associazioni culturali che operano nel mondo dell’arte ricevono sovvenzioni statali sistematiche perché e purché siano associazioni NO PROFIT.
Tutto questo in Italia o non avviene, oppure, qualora vi siano sovvenzioni statali, queste sono incerte nell’an e soprattutto nel quando.
Pertanto occorre, a mio parere, acquisire un atteggiamento mentale nuovo da parte sia dell’isituzione statale che da parte dei privati: intendo un atteggiamento più aperto e spregiudicato sul tema della produzione e presentazione del prodotto artistico; lo Stato potrebbe operare attraverso una previsione di bilancio in cui la voce ARTE sia considerata in maniera più consona al suo stesso valore intrinseco ; ancora lo Stato dovrebbe rivedere tutta la legislazione fiscale e la materia delle sovvenzioni. I privati e con essi mi riferisco alle imprese di qualsiasi dimensione esse siano, agli istituti di credito e ai professionisti, dovrebbero investire di più nel prodotto artistico attraverso la formazione di piccole o grandi collezioni da proporre al pubblico anche con mostre itineranti , ponendosi con ciò come volani di cultura. Il rientro di immagine in termini pubblicitari, è a mio parere garantito dal valore culturale del prodotto.
In Svizzera addirittura studi privati di professionisti come medici, notai ecc, organizzano mostre d’arte dopo l’orario di lavoro o espongono opere d’arte periodicamente e sistematicamente.
Il vero movimento artistico e i veri luoghi dell’arte devono perciò diventare sempre di più le istituzioni private come le associazioni culturali, le fondazioni, le imprese: tutti luoghi “nuovi” nel mondo dell’arte che possano interagire con le istituzioni pubbliche laddove queste siano aperte ad una ricezione del prodotto artistico più vasta e più ampia, avulsa da logiche politiche e da favoritismi personali o da logiche di mercato o, peggio,di potere.
Occorre perciò acquisire un atteggiamento mentale e culturale nuovo, più sprovincializzato e più aperto: un modo di pensare più consono ai cambiamenti epocali che il nostro pianeta sta attuando.
In un’epoca in cui il collegamento anche in tempo reale è planetario, in un’epoca in cui vediamo un Presidente americano di colore il cui motto è “yes, we can”, non si può fare cultura attingendo nel proprio orticello o assumendo questo come punto di riferimento culturale.
Yes we can è il luogo delle possibilità, delle opportunità offerte e fruite da chiunque abbia qualcosa di valido da dire e non solo dall’amico, o dal parente del potente di turno. Perché questo è il vero senso filosofico del termine “democrazia”: non è il “siamo tutti uguali in senso economico”, ma è l’”abbiamo nella vita tutti le più vaste opportunità”.
Un coraggio e un atteggiamento nuovo e diverso nelle istituzioni pubbliche   per una visione più globale del fenomeno artistico; un coraggio nuovo nel rendersi esse stesse scopritrici di talenti , di nuove linfe culturali, senza pregiudizi e senza privilegi pseudo politici e di parrocchia.
Una funzione nuova di coesione sociale per dar modo all’intera città di scoprire e credere ancora nella utopia; per diventare insomma di nuovo la città utopica di campanelliana memoria
 

 



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