ARIEL SOULE' e SIMON TOPAROVSKY: Qui, del dicibile di Cynthia Penna

ART1307
Cynthia Penna
ARIEL SOULE' e SIMON TOPAROVSKY: Qui, del dicibile

La proposta artistico/interpretativa di Soule’ e Toparovsky trova il suo fondamento concettuale nella felice unione del versetto di R.M. Rilke tratto dalla nona elegia delle Poesie Duinesi : “Qui del dicibile e’ il tempo, qui la sua Patria”, con la teoria di Christopher Booker secondo cui tutte le storie raccontabili dall’umanita’ possono essere contenute e ridursi a sette canovacci fondamentali da cui tutto il resto discende.
I “Seven Basic Plots” di C. Booker, reinterpretati dagli artisti, si possono raccontare come segue:
la Rinascita: il miracolo del ritorno alla luce;
l’Ascesi: la scoperta di una nuova identita’;
l’Avventura: la ricerca del se’;
il Viaggio: proiettati in una dimensione sconosciuta;
il Mostro: quando il debole sconfigge la minaccia;
la Commedia; tutto e’ bene quel che finisce bene;
la Tragedia: sopraffatti da una passione che devasta.
Nel versetto di Rilke il “Qui” assume una connotazione spazio/ temporale riferita alla funzione dell’essere nell’universo e al significato filosofico dell’esistenza; Rilke assume e riassume in se’ tutta l’angoscia dell’indagine conoscitiva dell’uomo, ponendosi il dilemma del vivere e della valenza dell’esistenza umana.
Con la presente installazione i due artisti operano una trasposizione del “Qui” rilkiano da una connotazione spazio/temporale riferita alla condizione umana esistenziale, ad una connotazione piu’ specificamente localizzante del “Qui” come luogo fisico identificato nella citta’ di Napoli come fucina inesauribile di leggende, miti e affabulazioni, legandosi cosi’ direttamente alla teoria del Booker.
Napoli, quindi, come luogo privilegiato di tutti i racconti, le leggende, i miti; luogo ove tutte le storie dell’universo acquistano realta’ e vita.
Napoli racconta in chiave esoterica e in chiave reale; d’altronde non a caso viene rimarcato il numero 7 che ha in se’ richiami alla cabala .
E’ proprio la citta’ dai mille e violenti contrasti ad attrarre i due artisti che esprimono tutto cio’ anche attraverso un nuovo “mondo” e un nuovo “modo” di fare arte: una totale, intima, metafisica fusione tra pittura e scultura che fonda un ordine linguistico nuovo in cui le opere devono essere lette unitariamente e non hanno piu’ senso separatamente.
Il simbolismo astratto di Soule’ e la figurazione di Toparovsky, il mezzo pittorico di Soule’ e le sculture di bronzo di Toparovsky si fondono in un unicum che concilia in se’ espressioni artistiche solo apparentemente inconciliabili, ma che si fondono in una concezione metafisica dell’arte e della vita.
Le forme solo apparentemente antropomorfiche di Soule’ e la figurazione di Toparovsky creano una metamorfosi che deve essere letta in chiave metafisica. L’iconico e il suo contrario, l’aniconico, si trasformano qui e subito in metafora, vale a dire con una immagine mentale che per assonanza o per reminiscenza ne produce altra con essa compatibile.
D’altronde la intima unione tra pittura e scultura non e’ nuova nel mondo artistico, sebbene per lo piu’ realizzata e messa in opera da un solo artista e non da due entita’artistiche a se’ stanti come in questo caso.
Artisti come Renato Barisani (per rimanere in tema napoletano) e Sol Lewitt ( per legarci al mondo americano) hanno teorizzato e praticato i mondi delle due arti unendole in un afflato artistico composto.
In un suo scritto il Barisani osserva: “ (....) in fondo non c’e’ gran differenza tra la pittura e la scultura........ Le idee, l’impostazione, la progettazione, l’invenzione sono comuni. Certe volte queste discipline, la pittura e la scultura, confluiscono in un unico oggetto e, cosi’, le diversita’ si placano.”
E Sol Lewitt incalza il concetto rammentandoci il rischio di “dare troppa importanza alla fisicita’ dei materiali, tanto da farli diventare l’idea del lavoro (un’altra forma di espressionismo)”.
Ma nel caso presente c’e’ un qualcosa di piu’ significativo e profondo che una mera constatazione di possibili unioni di mezzi espressivi diversi. Nel caso presente vi e’ compartecipazione quasi simbiotica e comunque, sempre anche emotiva, alla ricerca espressiva ed artistica dell’altro; vi e’, per dirla con Soule’, “complicita’” di creazione.
La felice unione dei due mezzi artistici riesce ad offrire la migliore espressione della centralita’ concettuale dell’opera, tutta incentrata su una visione dell’Umanita’ che supera le difficolta’ esistenziali sublimando il “male” ( il Mostro) ed estrapolando da esso la positivita’ del vivere.
E’ sempre la medesima “Umanita’ ” ad essere rappresentata dai due artisti: in Soule’ nel segno pittorico e nella sua espressione di sogno, nella magia , nella intangibilita’ della metafora: in T . nella sua realta’ materica scultorea, nella sua tangibilita’ di massa corporea: a dimostrare che nell’essere umano la realta’ e’ imprescindibile dal sogno, la magia e’ inseparabile dalla concretezza della materia.
La grande fune che passa attraverso le opere e le collega tutte, le une alle altre, non e’ altro che il “Qui” materializzato, che rappresenta e unisce, raccogliendole in se’, tutte le possibili storie dell’universo.
La sua stessa struttura di reticolo di acciaio concretizza mirabilmente l’intima connessione e gli inesorabili intrecci esistenti tra tutte le grandi Storie dell’umanita’. La scelta del metallo, infine, indica una proiezione di queste stesse Storie nel futuro e quindi nella storia universale dell’umanita’ Una indicazione di sopravvivenza che travalica il tempo e serve a proiettare la stessa umanita’ nel suo futuro storico.
La cruna dell’ ago attraverso cui passa la fune, e’ il luogo di connessione e trattenimento delle storie, elemento unificatore del tutto, dell’energia che si sprigiona dall’umanita’: essa raccoglie e ridistribuisce questa energia.
Napoli come la cruna di un ago attraverso cui passa tutto il “dicibile” del mondo e nulla viene disperso, anzi tutto viene trattenuto ed elaborato.
Una chiave di lettura dell’opera che sottolinei sommamente le suggestioni metafisiche e magiche della creazione artistica, quasi a voler indicare una strada del fare arte che non prescinda mai e mai si distacchi dal sacro, dal misterico, dal magico e dall’occulto.
L’arte trae comunque la propria origine dalla magia stessa e deve pertanto proiettare, riversare a sua volta magia.
In definitiva l’opera d’arte deve attivare suggestioni occulte dell’anima che sforano nella magia e ci forniscano dell’opera stessa la chiave di una molteplicita’ di possibilita’ interpretative dettate sommamente dalle nostre emozioni anche piu’ recondite o dimenticate.
Solo cosi’ l’arte trova se stessa, la sua funzione, la sua entita’.

La Mostra, patrocinata dalla Sovrintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio di Napoli e Provincia, dal Comune di Napoli e dal Consolato degli Stati Uniti d’America, avra’ luogo a Napoli presso il complesso della Chiesa dell’Incoronata dal 10 Maggio al 20 Giugno 2007, a cura di Cynthia Penna.

di Cynthia Penna Simonelli
 



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Pubblicato su: Arte Incontro in Libreria. Trimestrale di attivitą artistico-culturale.